"FUSSATOTI RITORNATE VIRTUALMENTE ALLE VOSTRE ORIGINI"

 

Ricordando Don Mimmo Morabito

 


Don Mimmo Morabito

25 anni! Il 14 febbraio è trascorso un quarto di secolo da quel 14 febbraio 1978, giorno in cui Don Mimmo Morabito ci ha lasciati, stroncato dal cancro a soli 33 anni. Era nato a Fossato Jonico il 22 aprile 1944. Fin da piccolo, i suoi genitori, di famiglia cattolica, lo facevano andare sempre in Chiesa e, durante la Santa Messa, aveva modo di osservare entusiasta, i seminaristi del paese che portavano la veste talare: ciò contribuì a farlo entrare al Seminario arcivescovile "Pio XI" di Reggio Calabria, il 27 ottobre 1955, dopo aver superato gli esami di ammissione alla scuola media. La chiesa del paese fu in festa quando, il 17 agosto 1968 fu ordinato sacerdote. Nel frattempo continuò gli studi e conseguì presso l’istituto "Ignatium" di Messina il baccalaureato e il diploma in teologia. La sua esperienza sacerdotale iniziò a Trunca; successivamente fu vicario e parroco di Terreti. Svolse la funzione di cappellano presso l’istituto di rieducazione per minorenni di Reggio Calabria, dove pure insegnò religione agli studenti del Liceo "Volta". La sua passione sono stati i giovani e l’associazione degli Scouts, che cominciò ad assistere già dopo la sua ordinazione sacerdotale. La mia mente torna indietro nel tempo, all’estate del 1976, allorché quei ragazzi in divisa e con gli zaini a tracolla giunsero a Fossato accampandosi nelle scuole elementari del paese, portando una ventata di festa e di novità. All’esterno di una abitazione di fronte all’edificio scolastico, noi ragazzi passavamo ore ed ore ad osservare gli scouts, mentre un giradischi ci teneva compagnia, diffondendo a ripetizione le note di "Ramaya" di Afric Simone e di "Mio fratello è figlio unico" di Rino Gaetano. Ore liete di spensieratezza giovanile che non facevano presagire il destino crudele che, di lì a poco, sarebbe arrivato inesorabile portandosi via prima Don Mimmo e, qualche anno dopo, il cantautore Rino Gaetano. Il motto di Don Mimmo era: gioia, felicità ed allegria. Egli era uno per tutti, con la sua fiducia che sapeva distribuire ad ognuno, e che trasmetteva con il suo sorriso, i suoi gesti, le sue espressioni ("capra", "splendore di pentola" ed altre). Non faceva certo sforzo alcuno a coinvolgere ed intrattenere tutti, sia a casa sua, dove spesso si finiva a tarda notte con la classica "spaghettata", così come sui pulmann delle interminabili gite con "Alla fiera di Mastr’Andrè" cantata a squarciagola, con le gote che gli si gonfiavano e la voce baritonale che non si stancava mai. Anche nel vecchio seminario, dove d’inverno non c’erano i riscaldamenti e le serate erano senza TV, le sue risate non mancavano mai. Don Filippo Curatola ricorda dell’amico più caro (era entrato con lui in seminario e visse a contatto d’anima fino alla sua morte) quella volta che risero tanto, un giorno di fine novembre del 1970, quando si trovarono per caso insieme allo stesso distributore Agip a farsi vendere a credenza pochi litri di benzina. Don Curatola lo ha definito così: uno di quegli uomini rari attraverso i quali Dio si compiace di farsi amare. I pantaloni corti che lui portava erano il segno della sua semplicità. Con lui si instauravano dei rapporti di amicizia e di vera fraternità perché ha saputo trasmettere la scelta di vita che lo scoutismo propone alla gioventù del mondo: sacrificio, povertà, lealtà, amore per la natura, avventura, servizio dei fratelli, amicizia con Dio. Valori che sembrano essere fuori moda, oggi. La generosità di Don Mimmo è stata senza confini, come quando, dopo aver incontrato nel 1971 i giovani della operazione "Mato Grosso", arrivati a Reggio Calabria da diverse parti d’Italia per la raccolta della carta in favore dei poveri, si mise con la sua auto in giro per la città a raccogliere tutto quanto poteva servire; malgrado qualcuno lo guardasse con occhi stralunati. Ma lui non se ne importava, credeva che il Sacerdote doveva essere di esempio in tutto, senza starsene passivo ed isolato. Aveva un cuore mite fino alla tenerezza, Don Mimmo, ma che sapeva diventare "muro di bronzo" contro l’ipocrisia e il malaffare, anche ecclesiastico. Era un tipo ostinato che, anche se negato per fare una cosa, voleva impararla a tutti i costi. La chitarra e il nuoto erano i suoi chiodi fissi. Con la prima era capace di assordare i ragazzi per delle ore con quei suoi striduli "composti" da due sole note (conosceva solo il RE+ ed il LA+). Molti ricordano le ore liete passate con lui al mare, quando non riusciva neanche per sbaglio a restare a galla. Ai campi si alzava di buon’ora e andava a svegliare tutti quanti utilizzando come sveglia i metodi più diversi: fischietti, pentole, chitarra, solletico. Un esempio di fortezza di spirito, Don Mimmo, che aveva una grande capacità di soffrire: sulla via del ritorno di un pellegrinaggio a Polsi, egli, animatore di quella esperienza, negli ultimi chilometri di strada confidò a Bruno di essere allo stremo delle forze; si appoggiò al suo braccio stringendo i denti e soffriva in silenzio. Ma nessuno dei ragazzi se ne accorse. Non conosceva ostacoli per espletare la sua missione: essendo parroco di Trunca, si incamminò in una zona impervia e sperduta (eravamo alla vigilia di Natale del 1969) in contrada Molaro, nel comune di Montebello, dove, per raggiungere la chiesetta percorse la strada in mezzo al torrente con una vespa sgangherata senza luci, al buio, con una pioggia insistente che gli appannava gli occhiali e gli impediva di proseguire, facendolo rischiare di precipitare lungo il fiume. Un cuore lampeggiante d’amore, era Don Mimmo, dove c’era posto per tutti, ma soprattutto per il Cristo e per i suoi ragazzi. Dopo che il male la aveva colpito e Don Mimmo era ricoverato nell’ospedale di Reggio, Mons. Aurelio Sorrentino, nei primi giorni di novembre, si recò nella sua parrocchia di Terreti. Sull’altare vi era ancora aperto il messale come lo aveva lasciato lui dopo aver celebrato l’ultima Messa per i defunti. Sembrò e fu un triste presagio. Mia madre ricorda con tristezza Don Mimmo sorretto da due scout per le vie di Fossato, quando il male lo aveva già aggredito e non riusciva a camminare. Don Mimmo se ne andò nel giorno di San Valentino, festa degli innamorati. Tranquillo e sereno fin quando il Signore gli concesse la forza. Trascorse gli ultimi mesi, dal 2 novembre 1977 al 14 febbraio 1978 nell’assoluta immobilità. Con una gamba, e la vita, straziata dal male. Ma ricevette tutti in quella stanza di Condera, ormai impregnata di dolore e di disperazione. L’ultimo Capodanno lo passò brindando all’anno nuovo con i suoi ragazzi, sapendo che quello sarebbe stato il suo ultimo brindisi: un’ultima lezione di umiltà, di coraggio e di rassegnazione cristiana. Infine, il ricordo di un’ora: le tre del pomeriggio del 14 febbraio 1978. Le esequie in un freddo pomeriggio, dentro lo scatenarsi di un temporale. Il Duomo di Reggio stracolmo di gente, ragazzi fitti fitti l’un l’altro, resi orfani. Una grande luce i suoi funerali, la rivelazione per tutti del valore dell’uomo. Da 25 anni gli scouts cercano qualcuno come lui. Ma lui non c’è più. Don Mimmo ha lasciato un vuoto profondo, ma nello stesso tempo la sua esperienza terrena è rimasta un punto di riferimento per tutti; affinché nel ricordo e nella memoria della sua breve missione, ognuno possa trovare una risposta risolutiva alla vita di ogni giorno che ci ha reso schiavi del benessere individuale, dell’egoismo e del consumismo sfrenato. La famiglia, per celebrare l’anniversario dei 25 anni della morte, intende erigere, durante l’anno in corso, un busto in memoria di Don Mimmo, su un terreno di sua proprietà a Fossato, ubicato in prossimità delle scuole, che sarà reso fruibile ai cittadini. Un nobile gesto che sicuramente sarà condiviso e realizzato con il concorso di tutti.

Giovanni Crea