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Tolsi i cunei,
sfilai i dischi di cemento e cominciai col palo di ferro. Otto
kg non erano molti, così feci tutti gli esercizi illustrati nel
giornale. Alla fine, dopo alcune ore, stanco ma soddisfatto misi
ogni cosa al suo posto, come insegnava la rivista. Dopo cena
andai a letto tranquillo, apparentemente senza problemi. Il
problema si presentò la mattina dopo. Non riuscivo al alzarmi
dal letto, atroci dolori in tutto il corpo, sembrava che mi
fosse passato sopra un rullo compressore. I miei muscoli non
abituati a quei nuovi movimenti con il peso, anche se minimo,
avevano accumulato tanto acido lattico che ci volle una
settimana per smaltirlo. Nel frattempo libri scolastici e
rilettura più attenta della rivista, soprattutto le note:
attenzione, prima di ogni esercizio con i pesi, prepararsi con
gli esercizi a corpo libero. Devo stare più attento, dissi tra
me e me, quando ricomincio seguirò alla lettera la guida agli
esercizi. Una settimana di riposo senza fare bruschi movimenti ,
meno male, anche perché “u palu i ferru, (asta del mio
bilanciere), serviva nell’orto per fare i buchi per i pali dei
fagioli. Passati i dolori muscolari ricominciai un po’ alla
volta, alternando il peso al corpo libero. Nel giro di due mesi
i primi risultati: forme muscolari più in risalto, addominali
più tonici e duri, spalle e torace più larghi e giro vita più
stretto, messi in bell’evidenza da una maglietta aderente che
indossavo nelle uscite in piazza.
E, siccome “ il
borgo è piccolo e la gente mormora”, tra i coetanei si sparse
la voce che “Ciccilledhu faciva allenamentu chi pisi”. E i
risultati si notavano. Capitò un giorno che, mentre passavo per
una stradina stretta (quella traversa di via Torre che dalla
casa di mastru Nunziatu du telefunu viene verso piazza
Municipio), incrociai un ragazzo più o meno della mia età, da
poco tempo venuto dalla Francia. Ancora molto timido,
fisicamente snello, ma con delle gambe muscolose di natura,
passandomi vicino si fece coraggio e mi chiese se poteva venire
a casa mia a vedere gli attrezzi e se gli permettevo di
allenarsi con me.
Quel ragazzo si chiamava e si chiama
Antonino Cuzzucoli detto
“giardinera” dal soprannome del suo casato. Fu così che iniziò
un’amicizia accomunata dalla passione per la ginnastica coi
pesi. Col trascorrere del tempo anche il suo fisico si formava.
Lavorando intensamente e con metodo, aumentava anche la nostra
forza fisica, tanto che i due dischi di cemento non furono più
sufficienti per aumentare la nostra massa muscolare. Ci venne la
brillante idea di avvicinare i due dischi legandoli insieme e
mettendoli da un lato del palo di ferro, mentre dall’altra
agganciammo una “mola” di pietra; sì, proprio un mola di quelle
che servivano per molare i coltelli e le “sciunette” per il 26
dicembre giorno di santo Stefano, per fare la festa ai maiali.
L’operazione ci riuscì, ma non secondo i nostri calcoli. Il peso
complessivo dell’attrezzo di oltre 60 kg, non era ancora alla
nostra portata. Togliemmo il palo di ferro da 8 kg e lo
sostituimmo con uno di legno, resistente ma non pesante e così,
con pochi esercizi alla volta ci adeguammo al nuovo peso, e si
notava che anche la nostra massa muscolare aumentava a vista
d’occhio. In quel periodo ritornò al nostro paese un nostro
compaesano, per trascorrere un periodo di ferie. Si chiamava e
si chiama ancora Paolo Stellittano, che magari nessuno ricorda
chi è se non diciamo che era figlio di Nino Stellittano (detto
purtedha), senza recare offesa. Egli era anche cognato di Pepè
Federico (don Pepè da posta). In quel di Parigi, dove viveva,
anche lui frequentava la palestra, formandosi un fisico
possente. Dovendosi trattenere alcune settimane a Fossato, e
saputo dei nostri rudimentali attrezzi, per mantenere la forma,
ce li chiese in prestito, anzi ci invitò ad allenarci insieme.
Accettammo di buon grado, anche per apprendere nuove tecniche di
allenamento senza attrezzi. Così trasferimmo la palestra per un
po’ di tempo, nel garage di don Pepè, a casa sua, vicino alla
Posta vecchia. Paolo ci insegnò, per esempio, che per sviluppare
i tricipiti delle braccia bastavano 2 sedie su cui appoggiare i
calcagni da una parte e con le mani aperte appoggiate sull’altra
dovevano abbassarci e tirarci su proprio con la forza
sviluppata dai tricipiti. Un curioso particolare: per aumentare
lo sforzo mettevamo un peso in più sulle ginocchia. Questo peso
era il piccolo Santo Federico, figlio di don Pepè, con suo
grande divertimento, perché faceva “cavalluccio”, mentre noi ci
allenavamo.
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