"FUSSATOTI RITORNATE VIRTUALMENTE ALLE VOSTRE ORIGINI"

 





 

A CASA I CIRIVILLINU (Silivoti)

( Raccontata da Santo Aquilino)

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La casa di Carmelo a Coletta aveva il pavimento di terra battuta. Era un locale di una sola stanza. Al solaio si saliva con la scala a pioli appoggiata all'orlo della catarratta. Di giorno la luce entrava dallo ‘ccetto della porta e dal buco delle galline che avevano libero accesso e ‘mbasunavano sul palo sospeso al soffitto di tavole. Di sera la fiammella di una lumera spandeva in quella stanza una luce fioca e vacillante che faceva ballare sulle pareti ombre gigantesche e inquiete. Nell'angolo annerito da antico fumo biancheggiava di cenere un focolare omerico di pietra sormontato da uno sbilenco tripode. Addossata al muro, la catasta dei tronchi da ardere ed enormi fascine di spinare e ginestra secca. 

            Più in là, la cascia, dispensa e guardaroba nel contempo, e la giarretta dell'olio. Un olio denso e nerastro in cui scoprimmo per caso galleggiare un topo, uno dei tanti che in quella casa lavoravano di sega come carbonai. Carmelo lo prese per la coda e facendo finta di strizzarlo:

            "Posalo! Posa l'olio mio. L'abbiamo pagata insieme la fondiaria?"

             Lo zimbuni dove ammucchiava le poche ulive raccolte occupava la parte più buia della stanza. A sinistra della porta troneggiava il letto, una specie di pagliericcio su due trespoli traballanti, guarnito di un bisunto cuscino. Accanto alla porta, chi entrava poteva ammirare su un portacatino di legno tarlato il vero orgoglio dell'arredamento: uno scrostato lavamani, retaggio del peggiore materiale sanitario d’anteguerra. Attaccato con un chiodo al muro, uno specchio passato attraverso tutte le vicissitudini del proprietario. Completava l'armamentario igienico l'immancabile cannata, l'ingrommato vaso da notte che faceva orgogliosa mostra di sé ai piedi del letto. E poi il  tavolo e  due sedie di spago. Di solito addossati alla parete, ma spesso al centro della stanza nelle non rare occasioni in cui Cirivillino aveva ospiti, o per meglio dire, compagni di bisboccia e di tracanno. Lo spostamento della mobilia in quelle circostanze si rivelava macchinoso per il piede zoppo della buffetta,  la cui parte mancante era integrata da un mattone  e una ciaramita rotta.

             “L’avita magione che un remoto tempo lasciai per correre il mondo a conquistare cavalleresca fama, immutabile fortuna e la donna del mio cuore: il castello del principe Cirivillino, Grande di Coletta, Pari di Pampogna e Cavaliere dell'Ordine della Santissima Annunziata, cugino di Vittorio Emanuele, re d'Italia e d'Albania, imperatore d'Abissinia. Meglio assai della Maestà Cattolica di Spagna.

  A noi cosa ci manca? Niente. Teresina è pronta, fra un po' avremo uno o due capretti. Guardala, tiene la coda impennata a piuma di cavaliere. La porteremo dal fidanzato che quanto la sente passare sporge il muso dalla sbarre della stalla che pare quel cornuto di Pecoromascolo, il fruttivendolo, che cerca pere. Qua c'è l'olio sopraffino per l'insalata, il cacio calcagno per i maccheroni di casa, la marsala  per convitarci qualche amico degno e meritevole... L'altro giorno chi viene a farmi visita? Lo sai? No. Te lo dico io: la regina Elena di Montenegro ed Erzegovina!?! Appena entra ci faccio il saluto militare sull'attenti e ci dico:

             'Bonavinuta, Maestà. A disposizione!'

             E garbata  mi rispose: 

            'Padrone! Favorite con la mia carrozza a casa reale, che c'è vostro cugino il re che vi richiede.'”

 

 

 

 

 

 


 

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